Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 1979-1992

Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 1979-1992

14 Ott 2018 0 Di Matteo Camenzind

Cosa ne penso…

Qualcosa di… diverso. Così, forse solo così penso di riuscire a definire la Guida galattica per autostoppisti. E parlo del ciclo completo, eh! Leggere Asimov è nulla, al confronto.

Tutto inizia uno stupido giovedì mattina, quando dei gialli bulldozer si presentano davanti alla casa di Arthur Dent, un discendente di scimmia come tutti noi, intenzionati ad abbatterla per fare spazio ad una delle nuove tangenziali (magistralmente descritte come «soluzioni che permettono ad alcuni di sfrecciare molto rapidamente da un punto A ad un punto B, mentre certi altri sfrecciano molto rapidamente dal punto B al punto A»). Arthur Dent si oppone, si sporca, si prostra, ma a nulla tutto ciò servirà. Perché, come gli rivela l’amico Ford Prefect (di un pianetino vicino a Betelgeuse, ma finora non glielo aveva mica detto), non importa che la casa venga distrutta, se a breve verrà distrutta la Terra intera da una flotta Vogon (se qualcuno avesse reperito un volume di poesia vogoniana, me lo inoltri!) per far spazio ad una superstrada interspaziale. Autostop galattico, ed ecco che i due sono gli unici a salvarsi dalla tragedia.

Questo, l’inizio. Per il resto, quanto più complicato, ironico, irriverente e illuminante possibile, con un pizzico (forse una manciata intera) di humour inglese. E che Zarquon!

Tutto gira intorno ad Arthur Dent e al suo rapporto con l’Universo: scoprire di non essere soli nella Galassia; il lutto per la distruzione del proprio pianeta; scoprire nuovi mondi, uno dietro l’altro… Tutto questo tenendo sempre sottomano la Guida galattica per gli autostoppisti, una rassicurante guida alla Galassia, sulla cui copertina campeggia a grandi lettere la rassicurante scritta “NIENTE PANICO”.

La struttura

La Guida galattica per autostoppisti è, secondo la definizione del suo stesso autore, una trilogia in cinque parti. Come non essere d’accordo, per Bob?

Nata dall’adattamento dell’omonimo sceneggiato radiofonico, la Guida è diventata anche sceneggiato tv, romanzi, di nuovo sceneggiato radiofonico e infine film. Io, ora, mi riferisco ai romanzi.

La Guida galattica per gli autostoppisti esce nel 1979, e vede Arthur alle prese con Ford, con Zaphod (il presidente galattico, bicefalo e cugino di Ford), Trillian (altra terrestre scampata per motivi suoi alla distruzione del pianeta) e Marvin (un robot depresso, più depresso, più depresso ancora) alla ricerca di… be’ alla ricerca di qualcosa di importante.

Andranno (o andrasseno?) poi a festeggiare al Ristorante al termine dell’Universo (1980), dove ne succederanno (succeressero e successono) di tutti i colori, principalmente ad Arthur, ma anche al resto della ciurma.

La vita, l’Universo e Tutto Quanto (1984) vengono ineffabilmente spiegati (e non)

(Sì, so che la frase precedente è lasciata in sospeso, ma che gusto c’è a leggere un recensione che ti racconta già tutto per filo e per segno?)

Seguono Addio, e grazie per tutto il pesce (1986) e Praticamente innocuo (1992).

In tutto ciò, il filo conduttore è sempre lo stesso: Arthur Dent in fuga da se stesso, dalla civiltà, da Ford Prefect e, soprattutto, dai consigli della Guida.

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Mi è piaciuto?

Ora, leggere il ciclo completo della Guida galattica per gli autostoppisti è, non lo nascondo, impegnativo. Il primo volume (l’omonimo Guida galattica per gli autostoppisti) fila liscio come l’olio, con una trama lineare (per quanto le sia permesso) e chiara. È una trama talmente divertente, che nemmeno ti accorgi di aver iniziato il secondo. Tra i due, in realtà, un finale c’è, ma è un finale come quello dei film che potrebbero lanciare una saga (finale-aperto-che-non-si-sa-mai-vediamo-come-va-all-botteghino).

Il secondo è un filo più irriverente del primo, ma fila anche lui.

Col terzo incomincia la sfida. Un po’ perché sembra che Adams non sappia più dove andare a parare (ma non è così), un po’ perché il lettore non sa dove si andrà a parare (ed è così), un po’ perché Arthur non ha idea di cosa sarà della sua vita, disperso nel Tempo e nello Spazio. Seguono il quarto e il quinto, dove la Terra ricompare (ma come?!), viva e vegeta…

Il mio preferito è il quarto, quello dal tono più di romanzo che di commedia umoristica. Non tanto in sé (da solo, è una semplice, se di semplice si può parlare con Douglas Adams, storia d’amore), ma come pausa dal resto: è perfetto perché sta in quel contesto, preso da solo non avrebbe lo stesso valore.

Tirando le somme, mi è piaciuta, sì, e se avete una settimana di tempo, si tratta grossomodo di 120 pagine al giorno, non di più, leggetelo.

Dalla cellulosa alla celluloide

Ancora filmato in pellicola (35mm Kodak, ma non chiedetemi di più), è uno dei film meglio riusciti degli ultimi quindic’anni. Inizia con una scena tratta dal quarto libro della serie, Addio, e grazie per tutto il pesce (1986), ma non svela nulla di sensazionale a chi volesse accingersi alla lettura e avesse già visto il lungometraggio.

Tolta la prima scena, il film ricalca quasi fedelmente il primo libro della serie, dando più spazio ai Vogon e ai Jartravartid (alieni che adorano il Grande Ciaparche Verde, il Dio che creò l’Universo con uno starnuto). Questi ultimi sono capitanati da un John Malkovich in perfetta forma. E tutti gli attori sono scelti alla perfezione.

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Attori di altissimo livello, per ruoli indubbiamente difficili. Martin Freeman nel ruolo di Arthur Dent è assolutamente perfetto, e la sua caratterizzazione è perfetta anche per i libri della saga non trasposti. Freeman si fonde talmente bene con Arthur che è impossibile distinguerli. (L’immagine è emblematica.)

Anche tutti gli altri, Mos Def per Frod Prefect, Sam Rockwell per Zaphod, Zooey Deschanel per Trillian, Bill Nighy per Slartibartfast, stanno ognuno perfettamente alla propria parte.

Le differenze, sostanzialmente, tra libro e pellicola, stanno nella costruzione del finale, conclusivo ovviamente nel film e assurdamente inconcluso-ma-finito nel libro. Un film da vedere, di sicuro, e che merita di essere rivisto (non per nulla tutte le immagini di questa recensione sono tratte dallo stesso). Anche solo per scene come la seguente:

 

(Scena che fa ridere ma che, in realtà, assume il suo più vero e tragicamente comico senso solo alla fine della saga.)

Ecco a voi il trailer ufficiale:


Non dimentichiamoci poi della prima versione trasposta per la televisione nel 1981 (leggi qui), diversa e fedele al primo e unico (al momento della produzione) libro, anzi, addirittura fedele allo sceneggiato radiofonico. Eccone un brano:


In definitiva

Leggetela, amatela, guardatela: la Guida galattica per gli autostoppisti è una serie straordinaria, che come poche mantiene un livello altissimo.

Non ho parlato delle cose più note della Guida, ossia dell’asciugamano, della risposta 42, dei topi bianchi, e nemmeno, in fin dei conti, dei delfini. Perché questa non è una recensione, quanto piuttosto un appassionato parere.

Buona lettura!

[Articolo pubblicato originariamente il 10 luglio 2017]

Guida galattica per gli autostoppisti Book Cover Guida galattica per gli autostoppisti
Guida galattica per gli autostoppisti
Douglas Adams
fantascienza, umoristico
1979-1982
meno di una settimana

"Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche del limite estremo della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro–verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti erano afflitti da una quasi costante infelicità. Contro l'infelicità furono avanzate varie proposte, ma esse concernevano per lo più lo scambio di pezzetti di carta verde; cosa assai strana, ne converrete... Così, quasi tutti gli abitanti del pianeta continuavano a sentirsi tristi e infelici; persino quelli che avevano orologi digitali."

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