La ballerina

La ballerina

Quella sera tornò a casa con le parole che già gli suonavano in testa. Non gli era mai capitato, così forte, così intenso, di avere una canzone che gli rimbalzasse già pronta per la mente. Cercò nervosamente le chiavi nella tasca del giubbotto di pelle, continuando a canticchiarsi quella rima che non riusciva a togliersi di testa. E più la sentiva, più si convinceva di quanto fosse semplice ma essenziale.

Indovinò la toppa e girò la chiave, aprendo il pesante portone del condominio. La pioggia lo aveva lavato dai capelli alle scarpe, lasciandolo zuppo da far brivido, e cessò solo quando mise piede al coperto. Avrebbe voluto scrollarsi, come un cane che esce dall’acqua, ma l’idea non arrivò ai piedi, che già lo portavano verso le scale. Rima, poi un’altra, e forse quel verso. Salendo si disse che avrebbe dovuto pensarci bene, prima c’era bisogno di un pretesto.

Aveva incominciato a scrivere canzoni da ragazzino, al liceo, all’età in cui ci si ritrova ognuno col suo strumento e si gioca a fare i Guns o i Red Hot di turno. C’è il batterista, che è quello più atipico del gruppo, quello che tutti dimenticano, ma è l’unico che ti rendi conto se sa veramente suonare. Di solito la chitarra solista, che è uno che sa suonare un po’ meglio degli altri niente di più, è l’alternativo, uno che si veste da rocker perché così vestono quelli famosi, o il figo multitalentato, un talentuoso delle sei corde, che perde credibilità quando si poggia la chitarra sulle spalle e la suona dietro la testa, pensando di impressionare tutti (anche se, questo è vero, con le groupie funziona). Il bassista, almeno agli inizi, è il chitarrista che è passato al basso perché altrimenti non lo suonava nessuno. E poi, in una formazione standard, c’è il cantante.

Lui era stato cantante, ai tempi del liceo: capelli mezzo lunghi, non troppo ma nemmeno eccessivamente corti, nel tentativo di far crescere una barbetta ribelle, come quelli che ce l’hanno fatta. E anche lui, come tanti cantanti di tanti gruppetti liceali, suonava la seconda chitarra, quella ritmica. Preferiva l’acustica che gli aveva passato suo fratello grande. Su quell’acustica, una simil-ovation, aveva imparato i primi accordi semplici, e poi aveva imparato ad arpeggiare e suonare qualcosa di apprezzabile.

Sul pianerottolo, davanti allo zerbino, si ricordò di essere zuppo e si tolse il giubbotto: la camicia, bianca, gli si era avvinghiata addosso, mettendo in risalto la pancia piatta senza tartaruga. Con i piedi si tolse le scarpe facendo leva sul tallone, e le ordinò davanti all’entrata. Abitava in centro città, in una palazzina di fine Ottocento in stile vittoriano. Il portone dava su un patio comune, e sui due lati salivano le scalinate esterne che portavano ai pianerottoli, i quali si affacciavano sul verde del cortile (una magnolia copriva il centro, mentre un rampicante fioriva il muro). Entrò in punta di piedi, stando attento allo splac splac delle calze fradice.

Non pensò nemmeno di gettarsi sul letto, anche se era stanco e sfiancato. Prese un pezzo di carta dal tavolo della cucina (il retro del sollecito della bolletta della luce) e scelse una delle matite dal barattolo sul mobiletto delle stoviglie. Si leccò più volte le labbra, prima di rendersi conto di essere talmente eccitato da non capire che cosa stesse scrivendo. Ma non importava, l’agitazione era tanta, e lui avrebbe compreso e ricordato, il giorno dopo. Parte lenta la musica, la ballerina fa i suoi passi… Immaginava la melodia, mentre gli scorreva la matita tra le dita e sul pezzo di carta, ormai tutto gocciolato. Riprese il foglio e tentò di leggere alla fioca luce della cucina ciò che aveva appuntato fino a quel momento. Gli piaceva. Era una prima strofa.

Parte lenta la musica, la ballerina fa i suoi passi

Esegue ogni dettaglio, e lenti si fanno sempre più mossi

Con quel suo chignon e il vestito color di vita

Testa alta e sicsi sicura e si stacca da terra

 Aveva tutto in testa, confuso ma lucido, e sapeva che quello sarebbe stato il quadro, quel testo, quasi una poesia, non quello che avrebbe dipinto nei giorni a venire.

E va, la ballerina va, si libra in aria

E va, la ballerina va, tag fende l’atmosfera

E va, la ballerina va, figlia del Vento

E va, la ballerina va, vola, è un momento

Riguardò quel taglia censurato e ammiccò soddisfatto ad un più ricercato ma chiaro e musicale fende. La ripetitività, l’insistere della ballerina che va gli piacevano, erano densi di forza. Ora, la ballerina doveva atterrare, senza ruzzoloni ma solo come una vera ballerina sa fare. E poggia il piede. Va bene, ma poi? Non ci pensava che già era oltre, e senza capire come mai la sua ballerina già stesse facendo capriole e si prendessse gioco dello spettatore, il quale si aspettava il ritornello, che lui riconosceva e canticchiava già dentro di sé, avrebbe solo dovuto controllare gli accordi. E poi, i suoi occhi non sanno parlare. Si fermò a rileggere il verso e si chiese se avesse senso, se quella sinestesia (gli pareva si chiamasse così) fosse gratuita o geniale; la lasciò. Gli pareva di sentire l’aria intorno al suo corpo, e a quello della ballerina, che immaginava in un immenso salone reale, saltare, come se solo il vento e l’aria capissero e intendessero il calore della vita e della danza. Un’aria che la baciava. Ecco, prima di questo ci voleva il ritornello.

E poggia il piede, la punta con sicurezza

La consapevolezza di chi sa di saper volare

Piroetta la ballerina, veloci attimi di lentezza

Nulla di ineccepibile, nulla da dire

      

I suoi occhi non sanno parlare, sono assenti

La sua mente ha volato e volerà ancora

Perché è la ballerina, ma i passi sono tanti

E l’attimo giungerà, ecco, è ora

E qua il ritornello, con la ballerina che va, si libra in aria eccetera. Ora veniva la parte sensuale e fisicamente carica. Il sogno di tutti, un simbolo della libertà. Ma la parola libertà non voleva usarla. Era appoggiato al tavolo con i gomiti, non si era nemmeno seduto, tant’era eccitato da quella nuova idea. Rosicchiò la matita e concluse.

La ballerina si lascia baciare

Dal tempo, dall’aria

La ballerina vuole volare

E lenta più che può assapora la sua libertà

Ci pensò su, rammentandosi del ritornello. Non sicuro ne scrisse uno finale alternativo.

E va, la ballerina va

E va, la ballerina va

E va, un unico abbraccio

E va, un lungo bacio

Vero, non era una rima, bacio : abbraccio, non perfetta, perlomeno, ma lui si immaginava la musica un poco sostenuta e l’ultima parola strascicata, quasi un sussurro. Tirò un lungo sospiro, chiuse gli occhi e si ritenne soddisfatto. Ora poteva andare a dormire tranquillo. Lasciò foglio e matita sul tavolo ed andò a letto, stravolto e felice, ma si fermò sull’uscio di camera sua: e se non si fosse più ricordato come faceva quel testo sulla melodia che immaginava? Se la notte gli avesse levato il ricordo della musica? Tornò al tavolo, questa volta al buio, poi decise che sì, era la decisione migliore. Recuperò il testo e si avventurò nell’oscurità di quell’angolo di salotto che concludeva la cucina, dove dormiva un mediocre pianoforte a muro. Sollevò la tavola che copriva i tasti e mise una mano sui tasti, tentando un silenzioso accordo di do maggiore. Era scordato, ma poteva andare, almeno un’idea la dava. Premette col piede il pedale del silenziatore, smorzando il suono per non svegliare gli altri alle tre di notte, e ripeté l’accordo.

«Parte lenta la musica…» Gli venne naturale un sol maggiore su mùsica. E ora doveva cambiare. «… la ballerina fa_i suoi passi…», con un fa i pronunciato quasi fosse un’unica parola, fai. Era andato in re minore, e poi naturalmente sul fa. Ma i passi, sarebbero stati troppo marcati, a quel modo. Provò più volte. Re fa, re sol, re re, re mi… Perché mai aveva dimenticato tutta la teoria musicale? Re fa e subito sol, c’era! Riprovò, cantando e suonando a bassa voce, sotto la luce che resisteva al diluvio, con goccioloni che colpivano forte la finestra. Sì, gli piaceva. Provò il giro anche sul ritornello, e funzionava ancora meglio di quanto si era immaginato. Con la matita segnò do sol re- fa/sol in capo al pezzo di carta.

Si alzò e, questa volta per davvero, andò a dormire soddisfatto.

[Racconto pubblicato originariamente il 5 aprile 2016]

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