A forma d’aquila, postfazione di Mino Milani

A forma d’aquila, postfazione di Mino Milani

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Caro Matteo,

ho concluso la lettura del suo (buon) libro; si tratta di una opera prima, ha qualche inevitabile e quasi necessaria caratteristica di un tale momento, ma non direi d’aver letto un tentativo o una bozza di romanzo. Fosse così, non avrei così profondamente sentito quel silenzio cui lei invita nelle sue ultime pagine. Guardi che io non sono un critico letterario, non ho gli strumenti, il tempo e la voglia d’esserlo, quindi le mie parole non sono un giudizio, ma soltanto l’ impressione d’un vecchio e forse perciò stesso appassionato lettore.

Come lettore le dico dunque che il suo romanzo mi è sembrato nettamente diviso in due parti dalla drammatica (e molto ben narrata) morte di Erica. Nel prima c’è stato un progredire chiamiamolo così tradizionale, uno svolgersi cioè di eventi che non impensierisce più di tanto il lettore; nel dopo, tutto cambia; qualcosa (Matteo Camenzind, chi altri?) si inserisce all’improvviso muta non solo il ritmo, ma pure il metodo della narrazione. Si incomincia una nuova lettura, le cose cambiano, e si è chiamati a una nuova  e certamente più inquietante attenzione (un po’ distratta, mi è parso, dalla presentazione di personaggi richiamati a nuovi ruoli, magari anche dai loro nomi, da qualche non facile allusione). Non ho avuto dubbi che lei abbia condotto ogni cosa con bravura, ma nemmeno, devo dirlo, senza prendersi qualche trastullo (il bello dello scrivere, no?) nell’andare avanti e indietro, nel precisare legami e problemi imprevisti, nell’invitare il lettore a capire e a spiegarsi momenti importanti, o a interpretare faccende secondarie, come il riso di quei due medici. In ogni modo la tensione non s’allenta; e la soluzione viene ad essere non soltanto imprevista ma insieme accettata come possibile. Già, mi sono trovato a dirmi, giusto.

Il finale, anzi i finali forse s’estenuano un poco; ma molto interessante quello scendere del silenzio sulla vicenda, e lei, Matteo. ha scelto con opportunità e con coraggio lo scenario del cimitero, forse ormai l’unico approdo silente d’ogni città. Introdurre nel finale un cimitero e prolungarne la descrizione è difficile, ma lei ha affrontato la prova con coraggio e assai bene. Conclusione amara; né potrebbe essere diversamente. Non senza speranza, tuttavia, perché segna malgrado tutto la vittoria della vita sempre capace di riprendere.

Rimane il mistero dell’aquila: l’ipotesi o il messaggio o magari il segreto, la presenza d’un destino, o il suggello d’una storia, o la premonizione la condizione e la contraddizione dell’amore: che cos’altro ancora? L’aquila apparsa in un sogno, scomparsa in una crisi epilettica: ha esaurito la sua missione? Ne aveva una? Ha ottenuto quello che voleva? Voleva qualcosa? Ha lasciato però il suo segno in un ciondolo. Quello è reale, è vero. Non svanirà.

Alla prossima, Matteo.

Mino Milani

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